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Benvenuti nel Blog di Natàlia Perarnau

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Questa estate ho conosciuto Maria, una persona davvero gradevole, serena e intelligente. Mi ha raccontato di essere diventata madre dopo i quarant’anni e che per questo motivo ha deciso di affrontare il suo ritorno nel mondo del lavoro con calma, al fine di poter trascorrere il maggior tempo possibile assieme al figlio di quattro anni. Ascoltando il racconto di questa donna, praticamente mia coetanea (io ho 48 anni), e vedendo il suo viso illuminato dall’amore che prova nei confronti di un figlio fortemente desiderato, la prima cosa che mi è venuta in mente di dirle è stata: “Soprattutto, cerca di educarlo bene!” Al che Maria mi ha risposto: “Beh, ho deciso di dargli un’educazione libera e questo rende difficile stabilire dei limiti”. Il mio pensiero allora è stato: “Non credo che siano due concetti difficili da mettere insieme...”

Anche Juan, come Maria, è diventato padre un po’ più tardi e pure lui ha deciso di educare suo figlio in modo libero; egli riassume la sua scelta con queste parole: “Non sarò io a dover dare degli schiaffi a mio figlio, sarà la vita ad occuparsene, poiché desidero che sia felice”. A dire il vero, questi due casi mi hanno dato molto da riflettere: non credo che il fatto di educare in libertà possa ridursi a questo. Mi hanno fatto pensare talmente tanto che se non scrivo un post su questo argomento posso anche scoppiare!

Il modo in cui educhiamo i nostri figli è cambiato molto negli ultimi quarant’anni. Se penso all’educazione che ho ricevuto o a quella che ho impartito ai miei figli, mi rendo conto che le differenze sono enormi. Il mondo cambia ed è normale che anche l’educazione familiare non resti uguale a se stessa. La mia domanda è: “Perché adesso, come non mai, nonostante vi siano ormai numerose generazioni di genitori che hanno vissuto in piena democrazia, si parla con tanta insistenza di educazione in libertà?” Devo ammettere che quando ne sento parlare mi prende una sorta di panico e iniziano a frullarmi in testa domande del genere:

“Significa che i bambini fanno ciò che vogliono?”

“Che ruolo hanno i genitori in questo contesto?”

“È sano che i bambini abbiano la possibilità di decidere cosa fare fin da piccoli?” “Deve valere sempre, o solo in alcune circostanze?”

“A cosa serve che i genitori abbiano acquisito un’esperienza che loro ancora non hanno?” “O magari si tratta di non condizionarli con la nostra esperienza?”

“Questo è ciò che intendono con educare in libertà?”

Con questo guazzabuglio di domande in testa ho pensato che avrei dovuto informarmi meglio. Ho trovato informazioni che hanno attirato la mia attenzione, come ad esempio la dichiarazione di un esperto che afferma di usare con le proprie figlie un unico “no” al giorno. Riconosco di aver dovuto leggere l’intervista più di una volta, perché non riuscivo a credere ai miei occhi: Un “no” al giorno? E come si fa? L’esperto in questione, per farla breve, afferma che ogni “no” non fa altro che tarpare le ali; non ho potuto fare a meno di girarmi per guardare mio figlio adolescente, pensando: “povero ragazzo, meno male che non devi volare!” ;)

Devo confessare di aver cercato di educare i miei figli come meglio ho potuto per prepararli alla vita in società, indipendentemente dal mondo in cui si troveranno a vivere; in questo senso, per me il “no” è stato fondamentale. Il “no”, oltre a fissare le regole del gioco della convivenza, stimola i bambini a pensare, spingendoli a cercare alternative, sviluppandone di conseguenza l’ingegno. Non dimentichiamo che in questo modo imparano anche a gestire la frustrazione. Il “no” usato con moderazione invita a riflettere, a sfidare e a cercare argomenti utili per ribadire le proprie convinzioni.

Tuttavia, siccome le informazioni che ho trovato non mi hanno soddisfatta del tutto, ho deciso di tirare fuori l’argomento durante un pranzo con i miei cognati. Loro, oltre a essere più giovani di me, hanno tre figli piccoli e di sicuro hanno una maggiore familiarità con l’educazione in libertà. Ho buttato lì l’argomento mentre prendevamo il caffè e nel discorso è venuto fuori che i genitori che scelgono questo tipo di educazione partono da una premessa: che l’essere umano, per sua stessa natura, quando nasce è buono, empatico e generoso. In quel momento ho avuto qualche flashback: sono tornata al parco in cui portavo i miei figli ai tempi dell’asilo e ho rivissuto alcune scene quotidiane. Mi sono tornate in mente le immagini di un bambino che ne picchiava un altro per prendergli la paletta; di mio figlio che si inventava una scusa per non rispettare la coda per lo scivolo e passare per primo; di un altro bimbo che tirava la sabbia negli occhi al figlio di una mia amica, e tante altre...

La mia esperienza mi insegna che i bambini piccoli sono creature dotate di un esagerato istinto di sopravvivenza che solo con la crescita, fortunatamente, riescono poi a incanalare e ottimizzare. Senza dubbio, il processo che porta a controllare l’istinto ha l’effetto di diminuire la spontaneità, ma personalmente ritengo che debba essere proprio la ragione a dominare gli istinti primari.

Per me, educare in libertà significa fare il possibile affinché i nostri figli sviluppino un proprio buon senso; significa definire limiti e proporre regole, senza dover limitare aspetti fondamentali come la creatività, la partecipazione all’interno del nucleo familiare, la responsabilità e, soprattutto, la libertà individuale. Se gestire la libertà è già abbastanza complesso per gli adulti, come potrebbe non esserlo per i bambini? Anche noi adulti abbiamo bisogno di qualche “no” e ogni tanto necessitiamo anche di qualche avvertimento più brusco.  Ci piaccia o no, facciamo parte di una società; se non ci fossero limiti tutto dipenderebbe esclusivamente dal senso comune, il quale, come si può facilmente constatare, spesso di “comune” ha davvero poco.

Cosa significa per te educare in libertà?

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